domenica , Maggio 26 2024

“Il regalo” di Renata Rusca Zargar

Il regalo

di Renata Rusca Zargar

Circa seicento anni fa, Lal Ded era andata sposa a un povero contadino. Tutto il giorno lavorava nei campi insieme ad altre donne e uomini come lei, poi, la sera, tornava a casa, dalla suocera. Ma la madre di suo marito, che governava tutta la famiglia, la odiava. Così, nel riempire la ciotola dei commensali di riso e verdure, metteva sul fondo di quella di Lal Ded una grossa pietra rotonda e, quindi, sopra, il riso. Nessuno si accorgeva che il recipiente della fanciulla, pur sembrando pieno come quello degli altri, era invece quasi vuoto, ma Lal Ded non diceva nulla e, appena finito il frugale pasto, rigovernava la misera cucina. Ella si confidava solo con le compagne.

Fu così che, una volta, suo suocero, per caso, la sentì. La sera, a casa, l’uomo chiese spiegazioni e Lal Ded, vedendo il suo segreto svelato, si sentì così umiliata che fuggì.

Senza vestiti, lacera e confusa, vagò di sentiero in sentiero, tra i boschi, cantando con parole struggenti tutta la sua disperazione e la situazione dolorosa delle donne del suo tempo.

Triste destino di una donna, / schiava nella casa di suo marito / senza diritto di parola, né dignità./ Utile solo per lavorare / sotto il comando della suocera / crudele / schiavo anche il marito / che non sa parlare / e non è capace di amare.-

Tutti ascoltavano quelle note di patimento e la comprendevano perché così era, infatti, l’esistenza di molte altre donne, ricche o povere, che, dopo il matrimonio, andavano a vivere in casa del marito e dovevano sottostare a una suocera padrona e spietata.

Mi è negata ogni gioia / ho perduto ogni sostegno / e neppure un figlio /mai/ culleranno le mie braccia /vuote./ Addio marito indifferente./Addio.-

Così camminando, era giunta, un giorno, presso l’eremo di un santo: Shiekh Noor Din Wali. Improvvisamente, aveva provato vergogna nel mostrare il suo corpo nudo ed era fuggita per nascondersi alla sua vista.

Trovato un fruttivendolo, l’aveva pregato di lasciarla coprire con la sua verdura: -Ho incontrato, per la prima volta, un uomo vero. Permetti che mi vesta con i tuoi ortaggi: non voglio che lui mi conosca così, celata solo dai miei capelli!- Ma il fruttivendolo l’aveva scacciata.

Più avanti si apriva la bottega di un panettiere: di corsa, Lal Ded era entrata nel forno per non farsi scorgere. Il fornaio, credendola ormai bruciata viva, era terrorizzato di venire incolpato del suo omicidio. Quindi, aveva richiuso in fretta il coperchio del forno, in modo che nessuno potesse accorgersi della tragedia.

Ma Shiekh Noor Din Wali era giunto, aveva sollevato il pesante coperchio e aveva estratto, viva e ben vestita, Lal Ded. Da allora, ogni donna ne ricorda la storia e tutti le portano rispetto.”

Nell’aula, affollata di studenti, suona la campana.

Bene, la lezione è finita.- conclude l’insegnante –Per domani, studierete la storia di Lal Ded1.-

Asmat esce dall’edificio chiacchierando animatamente con le sue amiche e si avvia verso casa. Fa caldo, il sole schiaccia ogni pietra e la polvere della strada avvolge i passanti. Ma i giovani non avvertono queste sensazioni, tutti presi ancora dalla fantastica vicenda ascoltata. Poco lontano c’è un cantiere dove alcuni muratori stanno costruendo una casetta. Uno di loro, giovane e bello, si riposa per qualche minuto seduto sulle pietre a fumare l’hookah2. Le sue braccia scure e forti prorompono dalla camicia sbiadita e un po’ strappata, i suoi occhi neri colpiscono l’anima. Asmat ne rimane incantata. Ogni giorno ripassa con le amiche per quella via. Lui guarda qualche volta nella sua direzione, e il suo cuore pulsa affannosamente.

Una mattina, però, appena uscita da casa, se lo trova davanti: -Possiamo essere amici?-le chiede lui.

I suoi abiti sono sporchi e dozzinali ma il suo sorriso è il più smagliante che ella abbia mai visto. Muscoli d’acciaio guizzano sotto la pelle abbronzata, il passo è agile e sicuro.

Asmat non riesce a rispondere nulla per l’emozione, mentre il sangue le romba nelle orecchie. Insieme, in silenzio, percorrono un tratto di strada.

-Ma sei matta?- la sgrida più tardi Shubie, la sua amica del cuore. – È un povero muratore, i tuoi genitori non daranno mai il permesso per le nozze!-

Asmat, allora, non si confida più con nessuno.

Qualche volta incontra Mohamed, così si chiama l’uomo, e scambiano poche parole in segreto. Non è permesso, infatti, praticare ragazzi al di fuori della scuola e della cerchia dei parenti. Ella frequenta l’ultimo anno del college e presto andrà all’Università. La sua è una famiglia ricca e, quindi, se vorrà, ultimati gli studi, potrà lavorare (un lavoro idoneo a una donna della buona società, naturalmente!) ma, comunque, la madre ha già pensato a un marito adatto a lei.

-Sai, figlia mia,-le dice, infatti, una sera- domani verrà a trovarti Siddiq, il figlio di un nostro lontano cugino. È diventato medico e ha già aperto uno studio qui in città. Così, per un giorno, non andrai a scuola e indosserai quel tuo frak salwar3 di seta rossa con i ricami in oro.-

Di solito, i matrimoni vengono combinati dalle famiglie senza che i promessi sposi si vedano mai fino al giorno della cerimonia nuziale. Ma i parenti di Asmat sono più accondiscendenti e desiderano che la fanciulla possa esprimere il suo parere. Siddiq è un simpatico ragazzo, elegante e un po’ mingherlino. Niente a che vedere con la bellezza solida e travolgente di Mohamed.

-Congratulazioni!-l’abbraccia Shubie – Sarai ricca e felice con Siddiq!-

-Mi hanno promessa a un medico. -confessa la fanciulla a Mohamed il giorno dopo – Tra un paio d’anni ci sposeremo.-

La notte tortura i sogni dei due innamorati. Neppure i pensieri osano immaginare di più.

Passano i mesi, le visite di Siddiq si intensificano e le famiglie dei due giovani, secondo le usanze, si scambiano costosi regali in oro.

Gli incontri clandestini per la strada, ormai, sono sempre più pericolosi.

Non venire più in questa via.- dice Asmat a Mohamed ma, poi, è lei stessa a passare davanti al cantiere.

Se non si può fermare un fiume in piena che travolge gli argini e distrugge ogni previsto passaggio, così Asmat non può dimenticare: il viso e il corpo di Mohamed consumano la sua mente.

Fino ad allora, la fanciulla era stata una scolara modello: “Il 15 agosto 1947,- recitava- l’India divenne indipendente. Con l’indipendenza, una nuova era si è aperta nella storia del popolo indiano ed è iniziato lo sforzo di costruire una nuova e prosperosa India con un giusto ordine sociale. E se Gandhi aveva dichiarato che il suo scopo era di asciugare tutte le lacrime di tutti gli occhi, Nehru aveva aggiunto che, fintanto che ci fossero state lacrime e sofferenze nel popolo indiano, il loro lavoro non si sarebbe fermato.”

-Brava,- si complimentava l’insegnante – il prossimo anno andrai all’Università, potresti diventare avvocato o giornalista, medico… hai tutte le opportunità!

-Amo la storia e la letteratura,- rispondeva Asmat –forse, farò l’insegnante. Non posso stare lontana dai miei amati libri.-

Ma, lentamente, il cervello sembrava non apprendere più bene. Nella sua stanza, sul morbido tappeto, restava sdraiata per ore, fissando la finestra aperta. –Mohamed, Mohamed…-ripetevano le sue labbra in un sussurro. I libri restavano chiusi negli scaffali della libreria.

-Asmat, sei disattenta oggi!- l’insegnante di cultura urdu la richiamava all’ordine –Non ti senti bene, forse?-

Alla fine dell’anno scolastico, in ottobre, i voti erano stati miseri. L’accesso all’Università sarebbe stato più difficile.

-Pazienza, -le aveva detto Shubie- tanto presto ti sposerai e non avrai più bisogno di studiare!-

Ma Asmat amava ancora leggere le poesie di Tagore:

O mio amore, quale mio regalo

potrei darti questa mattina?

Una canzone del mattino?

Ma il mattino non dura tanto

Il calore del sole

lo appassisce come un fiore

e i canti che consuma

sono già finiti.

/… /

Tutti i regali che è in mio potere darti,

siano essi fiori,

siano gemme per il tuo collo,

come possono farti felice

se nel tempo essi devono sicuramente inaridire,

rompersi

perdere la lucidità?

Tutto ciò che le mie mani possono mettere nelle tue

scivolerà dalle tue dita

e caduto sarà dimenticato nella polvere

per tornare a essere polvere.

/ … /

Ora se, come tu scendi per una strada ombreggiata,

improvvisamente, traboccata

da un fitto insieme intrecciato della sera

una singola chiazza tremolante di luce del tramonto ti ferma,

cambia i tuoi sogni giornalieri in oro,

lascia che quella luce sia un innocente

regalo.”

Intanto, davanti agli occhi, le balzava sempre l’immagine abbronzata e poderosa di Mohamed e le fantasie la rubavano alla realtà.

In casa, i genitori la vedevano sempre più distratta e apatica, però, la credevano ansiosa per il futuro matrimonio. Siddiq veniva a trovarla ogni settimana e, qualche volta, tentava di parlare da solo con lei. Ma Asmat lo sfuggiva. “È una ragazza veramente modesta e seria.” egli pensava “non dà confidenza agli uomini”, e principiava a coltivare per lei un sentimento sempre più importante.

Infine, Asmat si era iscritta al corso universitario per diventare insegnante e, a marzo, appena iniziato l’anno scolastico, aveva ripreso a incontrare di nascosto Mohamed.

-I miei genitori vogliono accelerare i tempi del matrimonio!- gli confidava all’angolo del solito viottolo.

-Ma tu cosa vuoi? – le aveva finalmente chiesto lui.

Gli occhi di Asmat avevano cercato i suoi. Non c’erano state altre parole. Poi ella era fuggita via.

Qualche giorno più tardi, Mohamed l’aveva raggiunta vicino all’Università. Era tutto sudicio, in abiti da lavoro, ma non c’era tempo per farci caso.

-Domani, quando uscirai per andare a scuola, porta con te qualcosa che ti sia necessario. Attenderai vicino al cantiere. Due miei fratelli ti accompagneranno in tribunale. Io sarò là e ci sposeremo. Poi verrai a vivere con me, mia madre ti sta già aspettando.-

La notte era trascorsa insonne. Avrebbe lasciato la sua cameretta, la sua casa… Sarebbe stata moglie di Mohamed, avrebbe cucinato per lui, lavato e stirato. L’avrebbe amato. Le guance le si arrossavano al pensiero di dividere l’esistenza con quell’uomo così bello e vigoroso…

L’altoparlante della moschea diffondeva cantilenanti preghiere mentre la profondità del cielo (o dell’universo) si rischiarava lentamente. Certo, la madre e il padre sarebbero stati furiosi ma poi l’avrebbero perdonata e capita. E quando il muezzin aveva elevato il suo richiamo “Allah-u-Akbar” per invitare la gente alla prima preghiera della giornata, la decisione era presa. Gli uomini si avviavano alla moschea con i loro cappelli di pelliccia in testa. Gli uccelli stridevano in coro.

Alla solita ora, era uscita per andare a scuola. Nella borsa, invece dei libri, portava alcuni abiti e qualche oggetto personale.

In tribunale, il giudice, constatata davanti a testimoni la maggiore età dei richiedenti, li aveva uniti in matrimonio.

Subito dopo, Mohamed l’aveva condotta alla dimora che avrebbe abitato: un’house-boat sul lago Dale, una delle tante case-barca ormeggiate sul lago che, un tempo, erano state luogo di villeggiatura in estate per difendere gli inglesi, che governavano l’India, dalle tremende temperature degli altri paesi indiani. A Srinagar, infatti, capitale del Kashmir, una valle a circa 2000 metri di altitudine circondata dalle più alte cime dell’Himalaya, le temperature non erano mai torride.

Le vecchie house-boat, ormai in disuso, fungevano da abitazione per molte famiglie povere. Comunque, i due fratelli già sposati con le mogli e un paio di figli, la madre e il padre dello sposo, l’avevano accolta con affetto.

Lo spazio dell’abitazione era molto ristretto: a lei e Mohamed era toccata la stanzetta più piccola perché le altre due, leggermente più grandi, erano occupate dai cognati con i figli. La madre e il padre, invece, dormivano nell’angusto soggiorno che serviva anche da cucina. Non c’era il gabinetto e, per le necessità fisiologiche, si doveva cercare un posto appartato sulla terra ferma.

Concluse le presentazioni, Mohamed era tornato al lavoro. Infatti, non poteva concedersi un giorno intero di festa perché la famiglia aveva tanto bisogno di soldi.

Così Asmat aveva pranzato da sola per la prima volta con i suoi nuovi parenti e poi, subito, aveva aiutato a rigovernare. I semplici piatti e bicchieri in metallo e le pentole dovevano essere raccolti e lavati alla fonte, che si trovava anch’essa sulla terra ferma.

L’house-boat, che si dondolava pigramente sul lago, era piuttosto vecchia, le tavole di legno che la componevano erano state riaggiustate molte e molte volte e, inoltre, c’era dappertutto tanta sporcizia.

Ma la sera, progettava Asmat, avrebbe fissato lo sguardo con Mohamed sulle grandi montagne che pungevano il cielo profondo e tutto sarebbe stato perfetto. Ne era la moglie, ormai. Sarebbe stata per sempre felice!

Al tramonto, Mohamed era tornato a casa, tutti avevano mangiato nella ciotola il riso con le verdure e poi erano andati a letto. Gli uomini si alzavano assai presto la mattina per recarsi a lavorare duramente nei cantieri ed erano sempre molto stanchi.

Nella loro camera, Mohamed, che non aveva mai conosciuto nessuna donna, le si era gettato addosso quasi strappandole il vestito. Solo un cupo dolore era ciò che aveva provato, mentre egli si era subito assopito. Poi, il sonno aveva vinto anche lei, stremata dalle emozioni e dalla precedente notte insonne.

Le sere successive erano state simili. Mai avevano contemplato insieme le cime nevose o le stelle. Suo marito rientrava sfinito e imbrattato. Desiderava solo trovare il cibo pronto e, poi, nella loro misera stanzetta, divisa dagli altri ambienti solo da una sottile parete di legno, giaceva su di lei.

Asmat si affannava tutto il giorno a pulire, andava a prendere l’acqua al pozzo sulla terra ferma, cucinava, lavava i panni nelle onde indolenti del lago.

Uomini e donne attraversavano quello spazio su piccole imbarcazioni, le shikara, muovendo la pagaia lestamente di qua e di là. La mattina presto, il venditore di verdura arrivava con la sua shikara carica di ortaggi, ma non sempre si poteva comprare qualcosa di buono, magari qualche scarto o un vegetale che non fosse più tanto fresco.

Alcuni loro vicini coltivavano i loro prodotti in piccoli orti sull’acqua, ma la famiglia di Mohamed non possedeva neppure un piccolo spazio disponibile.

Asmat aveva imparato, intanto, ad accoccolarsi sulla punta della loro disadorna imbarcazione, con i bambini seduti dietro, per andare al mercato sull’acqua, dove confluivano tante altre barche e barattavano o vendevano le loro merci. Ah, se avesse avuto qualcuno dei suoi abiti di seta! Avrebbe potuto scambiarli con un pollo, magari, o un bel pezzo di agnello!

Qualche volta, le capitava di incontrare qualche elegante shikara che trasportava turisti o ricche famiglie che si concedevano una gita rilassante. La gente era sdraiata mollemente sui cuscini, il colorato tettuccio impreziosito da pendagli dorati li riparava dal sole, mentre la verde umidità abbracciava loro le membra. Le piantagioni di loto si estendevano ovunque e alcuni uccelli zampettavano sulle loro foglie.

Un giorno, sembrava un tempo di un altro mondo, anch’ella aveva attraversato il lago in shikara con Siddiq che le spiegava i nomi dei fiori, delle piante, degli animali. Ma allora il suo cuore era altrove e non aveva notato le miserabili case di legno, le donne che lavavano i panni in quell’acqua ferma… Le piante scendevano a ombrello a coprire la luce del sole, uomini meschini si avviavano sulla terra. Il volto dell’indigenza non l’aveva colpita: era così lontano da lei! Poi, l’intrico della vegetazione si era aperto, il piccolo villaggio di capanne lacustri era rimasto alle spalle e davanti si spalancava il cielo punteggiato dalle cime più alte dell’Himalaya.

L’orizzonte si schiudeva a un futuro brillante, pensavano Siddiq e Asmat, anche se in modo completamente diverso. Il silenzio era l’unica fonte del pensiero. L’acqua tranquilla, la frescura delle ombre che richiamano le riflessioni… Era così bello il mondo, meritava di essere vissuto realizzando i propri sogni: “Tutta la vita sul lago, su una shikara che avanza tra foglie, foglie e foglie, gruppi di alberi, erbe, fiori… La gente del lago, -pensava allora- anche lei ne avrebbe fatto parte, un giorno!”

Non aveva più visto nessuno dei suoi familiari né delle sue amiche. Non poteva uscire da sola e quando, una sera, aveva accennato alla possibilità di riprendere gli studi, Mohamed era scoppiato in una risata: -Che te ne importa, ormai? Non hai abbastanza da fare qui?-

I denti di Mohamed brillavano e ancora il suo sangue lo cercava avidamente. Così l’aveva stretto a sé e lui aveva giaciuto su di lei, come ogni sera, senza parole né carezze.

Nell’house-boat, naturalmente, non c’erano libri, dato che nessuno di loro sapeva leggere o scrivere. Durante le lunghe ore del giorno, Asmat avrebbe voluto avere con sé qualcuno dei suoi testi più amati. Ma al momento della fuga non aveva pensato a quanto le sarebbero stati necessari. Aveva chiesto allora a Mohamed di comprarle qualche libro, ma lui l’aveva guardata con insofferenza:- Non abbiamo denaro da sprecare in stupidaggini! C’è la casa da aggiustare, presto arriveranno dei figli e non ti servirà più nient’altro.-

Qualche volta, nella notte, rimaneva sveglia accanto a lui che dormiva profondamente. Spesso lui non si era lavato né cambiato il suo kurta salwar4 perché troppo spossato. Il loro giaciglio, composto da un sottile materasso sulle assi dure della barca, scricchiolava a ogni movimento.

Allora ricordava la sua cameretta, il bel lettino, la libreria e i tappeti. Ora conservava tutto il suo corredo in quella stessa borsa che aveva portato da casa.

E Siddiq… chissà come aveva preso la sua fuga? Nessuno s’era fatto vivo, mai la madre era venuta a trovarla, né Shubie…

Ma certo, era trascorso poco tempo. Bisognava aspettare.

Asmat raggiungeva ogni venerdì la piccola moschea più vicina alla sua dimora. Le donne e le bambine con i capelli accuratamente coperti dal dupatta5 si allineavano in file ordinate, spalla contro spalla, nella parte destinata a loro e separate dagli uomini da pannelli di lamiera. Poi si chinavano con la fronte a terra a pregare Dio.

Oh, Dio rendimi felice!-

Tempo prima, ormai non voleva ricordare quanto, usava recarsi alla grande moschea Hazrat Bal con sua madre e le amiche. Indossavano gli abiti migliori, sete dai vivaci colori, ricami e veli ammalianti. Il sorriso splendeva sul suo volto ed ella usava chiedere sempre a Dio di farla felice.

E ora?

Dio, dammi la forza di andare avanti, fai che mio marito si occupi veramente di me, che non mi veda solo come un corpo da usare, ma una persona. Non so stare lontana da lui, né riesco a vivere con lui. Aiutami!-

Le donne, invece, che frequentavano la piccola moschea delle house-boat erano povere come lei: indossavano vestiti un po’ macchiati e sdruciti, alcune erano ricoperte completamente dal burka. Speravano in Dio e qualcuna piangeva, invocando una grazia.

I cori delle preghiere di uomini e donne, dunque, si libravano nell’atmosfera. Fuori, nel cortile, si conservava la tomba di un santo, Shah Sab. Alcuni fedeli si appendevano quasi alle sbarre della piccola costruzione pregando lamentosamente, poi raccoglievano la polvere caduta dai bastoncini d’incenso che bruciavano là davanti e se la spalmavano sul corpo. Per Asmat era difficile persino credere a quel santo di cui non conosceva la storia. Pochi passi più avanti della moschea, il fiume entrava nel lago e le inerti case, fatte con assi di legno vecchio e malandato, si cullavano tristemente.

L’alba spuntava al richiamo del muezzin:-Allah-u-Akbar!-

Prima ancora che Mohamed si alzasse, lei gli preparava il pranzo da portarsi al cantiere. Non l’avrebbe più visto fino alla sera.

Sua suocera le voleva bene e così pure le cognate che, durante la giornata, andavano a lavare i panni per alcune famiglie agiate. Dunque, tutte le faccende domestiche restavano a lei, dato che sua suocera era anziana e non stava molto bene. I suoi abiti si erano fatti, intanto, scoloriti e consunti. L’inverno era giunto, Mohamed le aveva comprato un pheran6 da poco prezzo e le settimane si susseguivano uguali.

Asmat aveva preso, per farsi compagnia, a canticchiare storie dolci e disperate come, un tempo, aveva fatto Lal Ded: -Suocera mia, / ho tanto da fare / lavare, stirare, / i bambini piangono./ Stasera lui tornerà / ma sarà stanco./ Non parlerà, né terrà la mia mano stretta / a contare le stelle.-

Poi, un giorno, sua madre era giunta. L’aveva guardata, così malvestita e misera, e le lacrime erano sgorgate dai suoi occhi. -Figlia mia, tuo padre non mi ha mai permesso di venire a vederti, ma ormai non ne potevo più e oggi gli ho disobbedito. Non potevamo credere che tu ci avessi fatto questo! Siamo stati malati tanto tempo. Nessuno dei vicini ci rivolgeva più la parola, la nostra famiglia era stata disonorata! Tu non ci avevi mai fatto capire che non volevi quel matrimonio con Siddiq, che avresti lasciato la scuola… I tuoi insegnanti, le amiche, nessuno poteva credere! Perché l’hai fatto?-

Asmat non aveva risposte. Quasi un anno era passato e il bel corpo di Mohamed non le aveva dato le emozioni sognate. Ogni giorno e ogni notte ripensava alla sua vita di un tempo. “Per qualcuno, l’India è la terra dei contrasti, per altri è la terra di molte culture diverse. Ma il popolo, in ultima analisi, è la maggiore risorsa di ogni paese. E ciò è per l’India. Il popolo indiano con il suo genio ha fatto questo paese così come è oggi” era scritto sul libro di geografia. Ma quale India era quella che stava vivendo? Ella desiderava leggere, parlare con qualcuno che non discutesse solo di piatti da cucinare o di case da costruire. E sua madre, suo padre, le zie, i cugini, gli amici, le mancavano tanto!

Da quel giorno, la mamma era venuta molte volte all’house-boat. Di nascosto, perché Mohamed non voleva prendere assolutamente nulla dalla sua famiglia d’origine, le passava qualche indumento: una maglia pesante, le mutande, le calze.

Mamma, vorrei tanto qualche libro da leggere!- aveva confessato, infine. Aveva nascosto quei volumi così desiderati sotto alcune tavole del pavimento della sua stanza. Quando poteva, nel pomeriggio, si chiudeva là a leggere. La sera, poi, con il marito, tentava di conversare ma egli, che aveva impegnato la giornata a scaricare pietre e impastare cemento, si addormentava in fretta, con il corpo ancora abbandonato su di lei.

Asmat gli aveva chiesto anche di poter uscire, di andare a trovare qualche amica, magari accompagnata dalla madre. –Ormai la tua vita è qui, -le aveva risposto- ci sono le tue cognate, i nipotini da accudire. Non sei contenta? Una buona moglie deve badare alla sua casa.-

Certo, i nipotini (tre maschietti di quattro, cinque e sei anni) la tenevano molto occupata mentre le loro madri erano al lavoro. Tutto il giorno giocavano vicino all’house-boat, si tuffavano nel lago, correvano sulla terra ferma ed erano da sorvegliare, ripulire, nutrire. Mohamed non aveva mai trascorso del tempo occupandosi di lei, di quello che pensava o sentiva. Nei giorni di festa, usciva per andare alla moschea e si fermava a chiacchierare con gli altri uomini. Se era a casa, invece, la trascinava nell’angusta stanzetta dove, frettolosamente, si impadroniva del suo corpo e si addormentava. Era dunque quello l’amore che l’aveva tormentata tanto da farle lasciare tutto?

Un pomeriggio, sollevando le assi del pavimento che nascondevano i suoi libri, non li aveva più trovati. Qualcuno, evidentemente, aveva carpito il suo segreto! Non aveva osato chiedere nulla finché, molte settimane dopo, uno dei bambini, ingenuamente, le aveva detto:- Un giorno, lo zio era così arrabbiato che ha strappato in piccoli pezzi della strana carta e l’ha gettata nel lago!-

La sera, il consueto giacere di suo marito su di lei le era sembrato ancora più triste.

L’alba sorgeva sul lago, gli uccellini cinguettavano festosi, le deboli onde ninnavano la sua casa-barca. Le vette si slanciavano fiere al di sopra degli alberi sfarzosi. In tutte le house-boat i rumori prendevano vita: il riso da cuocere con la pentola a pressione, le verdure da pulire e bollire. Tra poco, gli uomini sarebbero andati al lavoro. La primavera riempiva l’atmosfera di gioia ma il cuore di Asmat era sempre lo stesso: nei gesti di ogni giorno non trovava conforto ai suoi rimpianti e l’amore che provava ancora per Mohamed non le poteva bastare. Mai aveva condiviso nulla con lui che potesse renderla felice. Ancora cantava: -Addio, mia terra crudele / dove la donna è prigioniera / e non può sapere. / Addio mio amore che non mi hai tenuto tra le braccia / sotto le stelle./Addio addio./ Perdono madre mia, / ma non so più vivere così.-

Mohamed aveva preso il cestino del pranzo ed era andato via. I corvi gracchiavano appollaiati sui rami più alti, i bambini si svegliavano allora e iniziava un nuovo, lungo giorno di fatica.

Asmat si era lasciata scivolare dolcemente nel lago. Le piantagioni di loto affiancavano, per un tratto, la riva. I fiori si aprivano con i loro tenui ma decisi colori al nuovo mattino.

“Dunque, – aveva scritto Rabindranath Tagore –

Quando tu avrai tempo,

di passeggiare oziando nel mio giardino in primavera

e lasci che uno sconosciuto, nascosto profumo di fiori ti faccia sussultare,

per l’improvvisa meraviglia

lascia che questo fugace momento

sia il mio regalo.”

Più al largo i flutti l’avevano trascinata via e, lentamente, con gli occhi e le braccia aperte, era affondata.

Non sono la luce degli occhi  di nessuno –scriveva Bahadur Shah Zafat, ultimo imperatore Moghul e poeta imprigionato in Rangun, lontano dal suo paese, dagli inglesi –

non sono pace del cuore

di nessuno

chi non può essere utile a nessuno

è solo un pugno di polvere.

Tutta la mia bellezza,

il mio colore

è andato in frantumi

il mio amico, il mio amore -era il suo paese, ricordava Asmat-

è stato separato da me

io sono il giardino con i fiori

distrutti dalla tempesta

io sono germoglio di questo giardino.

Perché viene qualcuno al funerale

a mettere quattro mazzi di fiori?

Perché viene qualcuno ad accendere le candele?

Io sono la tomba di un impotente.”

Le alghe verdi che ondeggiavano al ritmo delle correnti si erano avviluppate ai suoi lunghi capelli scuri e avvolte alle sue mani.

Nessuno l’aveva trovata mai più ma, qualche volta, sul lago, qualcuno aveva udito un canto disperato e melodioso: -Amore mio, /avrei voluto dividere con te il mio destino./Avevo sete delle tue carezze e del tuo amore./ Volevo leggere con te / le più belle poesie / e conoscere altre genti e altri paesi./ Ma tu non mi hai saputa amare / e hai distrutto il mio cuore.-

RENATA RUSCA ZARGAR

1 Lalleshwari, nota anche come Lal Ded (1320-1392), era una mistica del Kashmir della scuola di filosofia indù dello Shivaismo del Kashmir. Fu la creatrice dello stile della poesia mistica, i suoi versi sono le prime composizioni in lingua kashmira e sono una parte importante nella storia della moderna letteratura del Kashmir.

2Narghilè

3Abito tipico composto di casacca lunga e pantaloni larghi. Esistono diversi tipi di modelli, colori e stoffe, secondo la moda del momento.

4Abito maschile composto da casacca lunga e pantaloni larghi, tinta unita, di colori non vivaci.

5Velo da ricoprire la testa e il collo, di solito in tinta con l’abito.

6Soprabito o cappotto largo tipico kashmiro di vari tessuti con ricami che possono essere anche in filo d’oro.

 

 

Renata Rusca Zargar è autrice del libro “Pietre e piante: portafortuna, talismani e benefici effetti curativi per ogni SEGNO ZODIACALE”

Lo sapevate che l’uso di lenzuola color rosso vivo fosse un sistema semplice e sicuro per mantenersi giovani?

E che bruciare una candela verde favorisse gli affari?

Portare una collana di angelite, ad esempio, ci avvicina alla pace e alla serenità, mentre un anello di corniola allontana il malocchio e i piccoli teschi di osso tibetano portano fortuna. Oppure, sapevate che il quarzo rutilato, abbinato alla labradorite, aumentasse il fascino personale e l’autostima? O che un rametto di acacia appeso dietro la porta tenesse lontano chi non ci vuole bene?

Il testo è, dunque, un manuale di curiosità pratiche sui benefici effetti delle pietre secondo i SEGNI ZODIACALI o secondo l’attrazione personale. Illustra i vantaggi che ci offrono alcune piante, spiega la terapia dei colori e, infine, insegna a fare per sé il profumo che ci renderà ancora più affascinanti e felici.

Chi è Renata Rusca Zargar

Savonese, impegnata in ambito sociale, studiosa di cultura islamica e indiana, insegnante in quiescenza, ha pubblicato diversi saggi e romanzi anche con il marito Zahoor Ahmad Zargar.

Tra gli ultimi nati c’è una raccolta di lavori delle signore anziane che hanno seguito i suoi corsi gratuiti di Lettura e Scrittura Creativa: “Leggere e scrivere …per divertimento, raccolta di racconti, poesie, disegni, calligrammi dei Corsi di Lettura e Scrittura Creativa”, pubblicato da Amazon.

Si occupa della Biblioteca di volontariato Libromondo e, prima del Covid, portava i libri in prestito nelle Scuole. Cura un blog di cultura, ecologia e società Senzafine: Arte, Cultura e Società di Renata Rusca Zargar  link

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