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“Il pianista” di Walter Serra

Il 17 settembre si è tenuta la premiazione del concorso letterario “R come Romance”, nella splendida cornice di Villa Benni a Bologna. Il racconto “Il pianista” dell’autore sammarinese Walter Serra è stato premiato con menzione d’onore ed è stato inserito nell’antologia.

Il pianista

di Walter Serra

Grand Hotel di Rimini –  1989

 

«Papà, perché mi hai portato qui?» Natasha scosta la pesante tenda di velluto rosso e guarda fuori. La pioggia si distingue appena, inghiottita dalla fitta nebbia novembrina che impedisce di vedere il mare.

«Ti devo parlare.» Franco siede sul letto a baldacchino. Ha un mezzo sorriso sulle labbra mentre la guarda, trattiene a stento le lacrime al ricordo di quel che era successo ormai vent’anni addietro.

«Ha a che fare con la mamma, vero? Vi siete incontrati qui?»

«No, tesoro, tua madre non è mai venuta in Italia.» Franco non sa da che parte cominciare. Le aveva raccontato una bugia dopo l’altra e ora è andato là per rimediare. Si allunga sul letto, inspira profondamente e si prepara al lungo racconto.

II

 

Check-Point Charlie – Berlino Est. 1968

«Sei sicuro che questa volta non ci saranno problemi?» sbottò Kurt appoggiando i gomiti sui sedili sfaldati della vecchia Opel Olympia. Guardò la donna seduta accanto all’autista, la cui occhiata di ghiaccio gli bastò come risposta.

Franco non mosse un ciglio. Erano in attesa da oltre mezz’ora, bloccati lungo la striscia di cemento colorato di rosso che scivolava da un lato all’altro delle due Berlino. Avevano già superato il certosino controllo dei Vopos di frontiera, ma ancora non avevano riavuto indietro i documenti.

Con cadenza periodica, i tergicristalli cigolanti tornavano a dare un’immagine meno offuscata della sbarra di confine: Berlino Est iniziava cinquanta metri più in là.

La mano nervosa di Helen puliva di continuo il finestrino: teneva d’occhio la canna della mitragliatrice sulla torretta di destra, per il momento puntata altrove.

Qualcosa si mosse nella caserma. Tre Vopos fradici di pioggia si avvicinarono.

«Solo Franco Guidi, prego.»

«Che storia è questa?» Kurt mise il naso fuori dal finestrino, abbaiando tutto il suo disappunto.

Franco aveva già un piede fuori dall’auto. Scaricò con notevole sangue freddo la piccola valigia e salutò gli amici.

Vomitando torrenti di parolacce, Kurt fece manovra nell’angusto spazio e ripartì.

«Ce la farà?» Helen rimase con lo sguardo indietro.

«Non è schedato, ha ottime possibilità di portare a termine la missione.» Kurt si sentì più tranquillo solo quando parcheggiarono sotto casa, in Bernaeurstrasse, a pochi metri dall’odiato Muro. Die Mauer.

 

III

Franco attraversò la porta girevole dello Stadt Berlin Hotel e si diresse verso gli ascensori, lasciandosi alle spalle l’atrio con la sua misurata confusione, gli abiti inzuppati. Aveva preferito fare un largo giro.

Pochi passi e aprì la porta della stanza 224. La chiave l’avrebbe trovata nel cassetto del comodino, come d’accordo.

«Non si muova!» Il comando risuonò glaciale alle sue spalle.

Franco sentì in quella voce femminile una punta d’ansia, ma non di paura.

«Credo abbia sbagliato stanza…» buttò là, per prendere tempo.

«Che ne avete fatto di mio fratello?» La voce divenne feroce.

«Doveva essere qui, per darmi assistenza. Chi è lei?» Aveva deciso di non voltarsi, fidando nel suo istinto. Sentì uno scatto metallico e poté rilassarsi: la pistola era stata messa in sicura. Si avvicinò al letto e accese la luce.

«Che ne è stato di Peter?»

«L’hanno arrestato ieri notte, io mi sono salvata perché ero andata a festeggiare un’amica. Devi dirmi che sta succedendo!» Di nuovo la ragazza alzò la pistola verso di lui. Franco capì che la sapeva usare, a dispetto dei polsi sottili. Gli occhi color zaffiro erano a un passo dal ricolmarsi di lacrime.

Franco sedette sul letto, le labbra strette.

«Tu che ne sai di questa storia?»

«Me l’ha raccontata lui, l’altra sera. Se gli capitava qualcosa, dovevo venire qui. Gli avevate promesso cinquemila dollari e due passaporti falsi per farci attraversare il confine. Ti farò da guida io, in cambio dovrete tirare fuori Peter.»

«È troppo pericoloso. Mi serve un nuovo contatto.»

«Sarò io il tuo contatto, ora!» L’occhio scuro della pistola era tornato a puntargli addosso, senza tremare.

«Come ti chiami?» Sostenne lo sguardo.

«Kristel. Qual è il tuo?»

«Franco. E adesso abbassa quell’arma.»

«Mi aiuterai a ritrovare mio fratello?»

«Farò il possibile.»

La ragazza appoggiò la grossa Sauer sul cassettone.

«Dimmi di cosa hai bisogno.»

Franco rifletté per una manciata di secondi. In fondo gli serviva solo una guida per muoversi veloce nella città.

«Hai un’auto?»

Kristel riuscì a sorridere.

«Allora ti fidi di me!»

«Non posso riattraversare il Check-Point Charlie nella stessa giornata, la Stasi m’individuerebbe subito. Per il momento si va avanti, Kristel, vedi di non farmene pentire.»

«Sai dove trovare il Pianista?»

«Conosci anche troppo di questa storia, non è un bene. Ho due giorni di tempo per farlo uscire da Berlino Est. Quando puoi avere la macchina?» Franco mantenne un tono duro e distante.

«Stasera, dopo le sei.»

«Vediamoci all’angolo della Memhardstrasse con Almandstrasse. Che auto è?»

«Una Trabant color panna.»

«Cerca di non farti seguire. Il Pianista è una pedina molto importante per noi.»

«Anche mio fratello lo è per me.»

IV

 

Il luogo dell’appuntamento era insolitamente deserto, per una serata senza pioggia come si era preparata. C’erano persone che si spintonavano e ridevano fuori da un bar e Franco pensò bene di tenersi alla larga.

Vide la Trabant arrivare scoppiettando, svoltare e venire verso di lui. Nessuno transitò dietro l’auto. Franco si fece vedere prima che la ragazza facesse inversione. Salì velocemente.

«Tutto ok?» le chiese.

«Dove andiamo?»

«Dirigiti in Franzosischerstrasse.»

«Il Pianista ti aspetta là?»

«Non fare domande e cerca di non farti fermare da qualche Vopo

I Vopos erano molto nervosi e sparavano al minimo sospetto.

Kristel tacque lungo tutto il tragitto, attenta alla guida. Nella penombra del piccolo abitacolo, Franco osservava ora i vecchi palazzi che sfilavano ai lati della strada, ora le lunghe gambe di Kristel, fasciate in un jeans logoro fino alla tela. I corti capelli biondi s’erano arricciati per l’umidità e le davano un’aria spavalda e da ragazzina. Si chiese quanti anni avesse…

La chiesa diroccata apparve all’improvviso, scura e silenziosa come gliel’avevano descritta alla Direzione dei Piani Operativi della CIA, a Berlino Ovest.

«Continua fino al Karl Marx Allee, poi parcheggia. Proseguirò a piedi. Ci vediamo fra un’ora al massimo, al Café Moscow. Se non mi vedi, fa fagotto in fretta. E non tornare in albergo.»

Allungò un pacchetto.

«Cos’è?»

«Il compenso per tuo fratello. Comunque vada, era nei patti.» Franco scese subito dopo. Stretto nel leggero giaccone, affrettò il passo. In tasca aveva pochi spiccioli. Se lo fermavano era semplicemente un operario di ritorno dal lavoro che andava a far bisboccia in una Stuben. Lungo la strada dovette quasi sgomitare per rifiutare gli inviti di puttane e omosessuali. Finalmente giunse a fianco della chiesa. Si appartò con decisione, fingendo di orinare contro le pietre consunte. Spiava la strada. Nell’oscurità, i pochi passanti s’affrettavano verso la loro destinazione. Prese la piccola torcia tascabile ed entrò nella chiesa. Era certo di non trovare nessuno, al massimo poteva incontrare qualche barbone addormentato.

Gli avevano garantito che là dentro i Vopos non entravano.

Facendo attenzione a non inciampare sulle pietre smosse, Franco si aggirò fra le navate sfondate dalle bombe, dirigendosi verso la cripta. Nonostante la torcia e la piantina scolpita nella memoria, non fu agevole trovare le vecchie scale. Scese col cuore che gli martellava nel petto.

Franco proiettò la luce verso il piccolo altare, o quel che ne rimaneva. Rovesciò alcune pietre ruzzolate là sotto e vide con soddisfazione che una copriva un foglietto piegato nella polvere, lo raccolse e se lo cacciò in tasca. Salì con circospezione le scale e rimase in ascolto una decina di minuti buoni. Lontano giungeva il traballare del ponte di ferro della S-bahn che scavalcava la Franzosischerstrasse.

Rapidamente guadagnò il Café Moscow.

 

Franco varcò la soglia del locale e venne assalito da un’infinità di odori rivoltanti. Quello più leggero sapeva di crauti andati a male. Vide Kristel seduta a uno dei tanti tavoli comuni. Stava scherzando con un tizio, stretta fra due ragazzoni dai capelli lunghi, poi la vide agitare una mano nella sua direzione. Si affrettò a prendere posto, praticamente sedendo sulle gambe del vitellone alla sua destra, che fu costretto a scostarsi.

«Lui è Franz, il mio ragazzo!» Decisamente non se la doveva passare bene, per accoglierlo con tanto affetto.

«Guter Abend!» Il saluto a muso duro di Franco smorzò ulteriori effusioni. «Andiamo?» L’uomo fremeva per l’impazienza di controllare quel messaggio, non s’era arrischiato a farlo prima.

«Ho ordinato da mangiare.  Non sapevo più come tenerli a bada!», si giustificò Kristel. Franco annuì. Era più discreto che cenare in hotel.

Mezz’ora dopo erano già di ritorno.

«Lasciami distante dall’hotel, vicino l’edicola. Ci vediamo domattina alle dieci, stesso posto.»

«Alle dieci. Ok.» Franco percepì dalla voce la preoccupazione della ragazza, ma non era suo compito badare a lei. Avrebbe dovuto cavarsela da sola.

V

Franco si rilassò solo dopo essere sprofondato in un bagno caldo, protetto dalla tenda di plastica che avvolgeva la monumentale vasca di ghisa. Temeva di essere spiato. Facendo attenzione a non bagnarlo, svolse il foglio.

Era la pagina di un pentagramma, sulla quale erano state disposte un’infinità di note tracciate a pennino.

 

Ludwigh Van Beethoven. Op. N.19. 1795

(Concerto n/2 en si bémol majeur, pour piano et orchestre.)

 

Era inequivocabilmente un messaggio del Pianista.

Notò il messaggio riportato con leggero tratto di lapis in fondo alla pagina.

 

Osservatorio circolare della televisione.

Tutti i giorni dalle 12 alle 12 e 30.

 

Il Pianista stava mantenendo fede alla promessa e già domani avrebbe potuto incontrarlo. Nel fondo dell’armadio c’era un passaporto sicuro per lui, mancava solo la sua foto. Pochi scatti con la polaroid che aveva portato, un timbro falso e la spia poteva dare l’addio ai suoi problemi.

 

Un bussare leggero alla porta lo fece saltare come una molla e schizzare acqua attorno. S’affrettò a nascondere il foglio in mezzo a una salvietta. Infilò l’accappatoio e prese a spiare la porta, brandendo la Sauer lasciata da Kristel.

«Apri. Sono io…» Franco bloccò il respiro. Perché la ragazza era tornata? Rischiava di compromettere tutto.

Tornò sui suoi passi. Infilò il foglio ripiegato dentro un piede cavo della vasca. La Sauer sparì in cima all’armadio. Se fuori c’era Kristel, sola o con un plotone della Stasi, comunque non gli sarebbe servita.

«Kristel, che succede, pensavo…» Si strinse pudicamente i lembi bagnati addosso.

«Non ce la facevo più a stare da sola in quell’appartamento. Mi sembrava d’essere spiata. Ogni rumore pensavo fosse la Stasi che mi veniva ad arrestare. Sono scappata via!»

Franco non la rimproverò, vedeva solo quegli occhi stanchi e spaventati, le sue mani delicate all’improvviso tremanti e insicure.

«Puoi restare qui, stanotte. Domani vedremo di sistemarti e di chiedere notizie di tuo fratello.»

Domani sarebbe stato un giorno importante. Quando più tardi Franco uscì dal bagno, trovò Kristel distesa nel letto, addormentata. S’era ripromesso di dividere la camera con lei, senza colpi di testa. Le scivolò accanto, sfiorandole leggermente la pelle morbida. Lei emise un lungo sospiro e aprì gli occhi, due ametiste infuocate.

Franco pensò che si stava cacciando nei guai…

 

VI

Fecero colazione in un bar senza insegna, di quelli che nascono abusivi e poi diventano un cult. Infine si diressero all’appuntamento. La soffiata che l’aveva portato ad avventurarsi al di là del Muro parlava di una spia disposta a tradire. Per tanti soldi, americani. In cambio barattava un segreto militare, a lungo dimenticato. Gli scienziati del Terzo Reich stavano mettendo a punto un nuovo tipo di arma, in grado di far vincere la guerra ai tedeschi entro pochi mesi. Mussolini l’aveva offerta a Hitler in segno di amicizia e per questo il dittatore l’aveva fatto liberare nel ’43. Gli serviva tempo…

Franco ricacciò il resoconto di quel dossier segreto nel fondo della memoria, per restare concentrato sulla missione.

«Come lo riconosceremo?» Kristel se ne stava appoggiata al suo braccio, sforzandosi di non attirare l’attenzione. C’erano sicuramente diversi poliziotti della Stasi in borghese, a pattugliare l’affollato ristorante rotante situato nella torre della televisione. Si diressero alle vetrate, per osservare Berlino dall’alto. La ragazza c’era stata altre volte, lassù, a sognare… Era l’unica possibilità per guardare oltre quel maledetto Muro senza incontrare gli sguardi ostili dei Vopos.

Duecentosettanta metri sotto di loro, Alexander Platz. Sullo sfondo la Porta di Brandeburgo, attraversata dal Muro.

Franco consultava frequentemente l’orologio da taschino, le cui lancette parevano fermarsi.

Era il segnale.

Il Pianista cercava di non farsi notare, ma Franco lo scoprì quasi subito, per lo sguardo nervoso: un signore di mezza età, calvo, alto e magro come un chiodo.

Si avvicinò senza guardarli.

«Che spettacolo, non trovate? In fondo, c’è tanto di bello, a Berlino Est!»

«È una vista mozzafiato, quassù. Più tardi mi piacerebbe visitare il Tiergarten.» Franco rispose con la frase concordata, poi si spostò verso un nuovo punto d’osservazione.

«È lui. Scendiamo, ci seguirà. Portaci in un posto tranquillo dove conversare con discrezione.»

Si ritrovarono stipati nell’ascensore, a contare i piani che mancavano al primo approccio diretto.

Quarantesimo…trentesimo…ventesimo…

Al decimo piano Franco azzardò un’occhiata alle spalle, per accertarsi che anche il Pianista fosse riuscito a prendere lo stesso ascensore. Si chiese se era stato proprio lui a lavorare alla macchina di Guglielmo Marconi. Inventato quasi per caso verso l’inizio degli anni trenta, il raggio della morte era stato perfezionato da un manipolo di scienziati che rispondevano direttamente a Himmler. In poco tempo, lo sviluppo aveva consentito d’abbattere aerei in volo, bloccare il funzionamento di navi e trasmissioni radio. Ancora pochi mesi e…

Piano terra… meno uno… meno due…

Franco s’irrigidì, guardò con occhi sbarrati le porte schiudersi nel garage interrato, incredulo di fronte alla parata di militari in divisa argento in attesa.

Un vapore acre invase la cabina, togliendogli il fiato.

L’ultima cosa che udì, fu Kristel che mormorava il suo nome…

 

VII

Grand Hotel Rimini – 1989.

 

«Poi che successe, papà?» Natasha si soffia il naso, devastata da quella verità svelata.

«Mi sono svegliato in una cella nei sotterranei della Stasi, di quelle dove massacravano i prigionieri politici. Ci sono rimasto tre giorni, credo. Poi una sera mi hanno prelevato, riempito di botte e caricato su una Tatra nera. Ho stentato a riconoscere il Check-Point Charlie, quando mi hanno scaricato. Attraverso gli occhi tumefatti credetti di vedere la bandiera stelle e strisce sventolare sul confine del settore americano. Allora capii. Stavo per morire. Mi avrebbero sparato alla schiena, raccontando poi al mondo che avevo cercato di attraversare il confine senza permesso. Mentre trascinavo i piedi cercavo di non pensare ai Kalashnikov spianati che stavano per falciarmi. Pensavo a tua madre e mi tormentavo sul suo destino. Il Pianista… Che si fottesse! Quando vidi la sbarra americana sollevarsi, capii che avrei avuto tempo e modo per riflettere sui miei errori e di rimpiangere quanto avevo lasciato dall’altra parte…»

«La mamma… Dimmi della mamma!» Natasha lo supplica con gli occhi.

«Non ho saputo più niente, né di lei, né di suo fratello. Sono tornato a cercarla, qualche mese dopo, quando si erano calmate le acque, ma senza riuscirci. D’altronde non avevo elementi certi e i miei superiori non mi hanno aiutato.»

«Poi che accadde? Forza!» Natasha esorta il padre, intuendo che ci deve essere dell’altro.

«Poco più di un anno dopo quella disfatta, sono stato contattato dal nuovo Direttore dei Piani Operativi della Cia a Berlino Ovest. Non ho pagato solo io, per il fiasco di quella missione. C’era stato un contatto segreto col KGB. Avevano proposto uno scambio: il foglio del pentagramma per il resto dello spartito. Io l’appresi allora: lo spartito era un falso. In realtà conteneva il manuale tecnico miniaturizzato per costruire il raggio della morte, mascherato in quella maniera per contrabbandarlo dall’altra parte del Muro. Ai russi mancava quel frammento fondamentale, alla CIA tutto il resto. Così l’avremmo avuto entrambi e l’equilibrio militare sarebbe rimasto inalterato. Fui reintegrato in fretta, dopo mesi trascorsi a decodificare i messaggi cifrati della Pravda. Un caldo giorno di settembre del ’70 mi sono ritrovato nuovamente al Check-Point Charlie. Avevo in mano una busta con quel foglio maledetto. L’avevo recuperato quella volta che ero andato in cerca della mamma. Me l’ero tenuto per ricordo.»

O per pararsi il culo

«C’ero io da una parte, un generale russo dall’altra. Avanzammo sotto lo sguardo di decine di militari armati per ogni fronte, coi cecchini appostati sui tetti, le autoblindo pronte a vomitare quintali di proiettili pesanti. La tensione era altissima, quasi come ai tempi della crisi di Cuba. Ci siamo squadrati negli occhi, io e il generale. Sguardi di gentiluomini. Mi passò un piccolo borsone coi manici, ottenendo in cambio la busta marrone. Sapevamo entrambi di non rimetterci nello scambio. Tornai indietro, depositai il borsone sul cofano della Cadillac del Direttore e aprii la lampo. Non dimenticherò mai il colore della sua faccia, quando vide il contenuto…»

«C’erano davvero i documento mancanti?» Natasha sgrana gli occhi, temendo il peggio.

«No. C’eri tu, tesoro…»

 

VIII

Franco sorride.

«Nel borsone, oltre alla mia splendida bambina, trovammo un biglietto spiegazzato, sul quale tuo zio Peter annunciava che la mamma era morta pochi giorni dopo il parto, per un’infezione. Non aveva amato che me… Lui stava sopravvivendo coi cinquemila dollari e con un poco di borsa nera. Ci aveva rimesso un braccio e un occhio in quei sotterranei e alla fine aveva parlato. Non sapeva che tua madre aveva preso il suo posto. Quando lei morì, lui non se la sentì di crescerti con quel rimorso addosso. Allora propose alla Stasi quel bluff: te in cambio della mia parte di spartito.»

«Ma così i russi hanno avuto la possibilità di costruire quella macchina infernale!» Natasha ha un lampo di terrore negli occhi.

«Non credo proprio: quella sera, quando tua madre tornò in albergo, il foglio mi cadde in acqua. Ne venne fuori un pasticcio d’inchiostro. Illeggibile anche per i russi!»

«Perché mi hai negato la verità così a lungo? Mi hai fatto soffrire tanto!» Natasha corre a rifugiarsi fra le braccia tese di suo padre.

«Ho provato a dimenticare. Sbagliavo. Perdonami…»

«Papà, perché sei voluto venire in questo hotel, a tutti i costi? Potevi raccontarmi della mamma anche sulla panchina di un parco.  So benissimo che non navighiamo nell’oro.»

Franco comprende che Natasha ha intuito la non casualità di quel luogo.

«Sta a vedere!» Sotto lo sguardo esterrefatto della ragazza inizia a smontare l’infisso della porta del bagno, fino a mettere a nudo il muro portante. Dopo averlo osservato con attenzione, affonda il cacciavite contro un grosso tassello murato, frantumando il leggero abete. Toglie infine un pacchetto dalla profonda nicchia appena scoperta.

«Il Pianista aveva chiesto trecentomila dollari americani, in cambio del suo tradimento. Un mese fa, dopo tanti anni di silenzio, sono stato contattato da un notaio russo. Mi ha inviato un messaggio da parte del Pianista, morto da qualche tempo. Diceva che potevo tenermeli, quei soldi. È tempo di dimenticare, Natasha, di guardare avanti…» Toglie due biglietti aerei dalla giacca.

«Ora che il Muro è caduto, credo sia giunto il momento di andare a conoscere zio Peter. Non ci potrà negare di andare a pregare sulla tomba della mamma…»

«Si, ma come lo troveremo? Tu non ci sei riuscito in vent’anni!» Gioia e commozione attraversano il volto di Natasha, occhi color zaffiro e corti capelli biondi arricciati per l’umidità.

Quell’indirizzo, era stato l’ultimo regalo del Pianista…

                                       

 

 Chi è Walter Serra

Walter Serra, sammarinese mai pentito, dal 1960. Una lunga maturazione, distillata in racconti e romanzi, molti dei quali destinati ad essere conosciuti postumi. Posso considerarmi uno scrittore? Mi rispondo scimmiottando una battuta di Forrest Gump: scrittore lo è chi scrittore lo fa. E non era una cosa positiva…

 

 

 

 

 

 

 

 

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