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“Acqua” di Renata Rusca Zargar

ACQUA

di Renata Rusca Zargar

 

Ram ha 15 anni e vive a Delhi in India. È un guidatore di risciò, la tipica carrozzella tirata da una bicicletta, e, tutto il giorno, fatica, sudando e trascinando, per poche rupie i suoi passeggeri.

Quando viene la sera, si affianca al marciapiede in una strada tranquilla e si sdraia per dormire sul suo carrettino.

Quella è la sua casa, da quando è giunto in città, e si sente già fortunato ad averla, considerando che molti, invece, non possiedono, per casa e giaciglio, che uno straccio allargato sul marciapiede.

“Ti ringrazio, Shiva, -pensa ogni notte, osservando le stelle- per avermi mandato tanti clienti anche oggi. Forse, un domani, chissà, potrò tornare in campagna, comprare un piccolo terreno e lavorare da contadino…”

E così, tranquillo, si addormenta.

Alla mattina, quando spunta il sole, si avvicina a uno di quei grossi rubinetti che ci sono un po’ dappertutto per le strade e, con l’aiuto di un secchio, in piedi sul marciapiede, si lava puntigliosamente ogni parte del corpo, insaponandosi con cura. Anche il lunghi che porta, il tipico pezzo di stoffa girato sui fianchi e lungo al ginocchio quasi come una gonna, viene ripulito insieme a lui; dopo di che riparte con coraggio verso una nuova giornata di lavoro, nel traffico afoso e bollente.

 

 

Sempre in India, ma molto più a nord, nel Ladakh, chiamato anche piccolo Tibet, un altro ragazzo, Rimpoche, osserva con affetto le montagne aride e desolate che circondano il suo paese. Nella sua casa non c’è un rubinetto vero e proprio ma suo padre ha scavato un piccolo canale per far scorrere, dal fiume fino al suo giardino, una modesta quantità di acqua che lì, a 4000 metri, è un bene assai prezioso.

E così, sua madre è là, china a sbattere gli indumenti sulle pietre, voltandoli e rivoltandoli, fino a farli diventare puliti.

Rimpoche non si lava molto volentieri perché è abituato, in inverno, a non poterlo fare dato che la temperatura è, di solito, intorno ai 40 sotto zero e non ha voglia di cambiarsi gli abiti pesanti che porta in tutte le stagioni.

Poco tempo fa, sua sorella è stata molto male a causa dell’acqua, dicono, o forse della verdura che adesso, da quando hanno portato i concimi chimici dal sud, cresce anche in questa zona arida.

Nessuno sa perché, ogni tanto, qualcuno lasci questo mondo. Allora, quel corpo viene portato lassù, sulle montagne in una piccola cassettina di legno.

Lo spirito, invece, spinto dalla preghiera, attraversa oscuri spazi popolati da mostri per ritrovarsi, poi, insieme a Budda, nell’incessante fluire del fiume di tutte le esistenze.

 

 

Touadì è un ragazzino che vive in un villaggio nella brughiera africana.

Il pozzo da cui prendere l’acqua pulita è molto lontano, vicino, però, c’è un piccolo stagno dove vivono anche i coccodrilli.

Sua madre, come le altre donne, va a prendere l’acqua allo stagno e, per purificarla, la filtra attraverso un tessuto.

Poi la usa per cucinare e per lavare.

Touadì è un bambino fortunato: può andare a scuola in un altro villaggio lontano solo qualche chilometro.

Il maestro gli ha insegnato che l’acqua degli stagni può far ammalare le persone e che bisogna usarla solo se bollita.

Allora ha capito perché molti dei suoi amici si siano ammalati tanto spesso e qualcuno sia morto. L’ha spiegato alla mamma che non ha più usato quell’acqua senza farla bollire.

Forse, poi, gli uomini del villaggio cercheranno di scavare un pozzo per avere anche da loro dell’acqua pulita.

 

 

-Bene, ragazze, siete state brave. – è la voce squillante dell’insegnante di aerobica della palestra Priamar a Savona -Alla prossima volta.-

L’entusiasmante lezione a suon di musica è finita.

Le allieve, quasi tutte non giovanissime e magari anche con un po’ di pancetta da smaltire, si avviano agli spogliatoi. Una di loro apre l’acqua della doccia e la lascia scorrere a vuoto, mentre continuano a chiacchierare.

–Si potrebbe andare a prendere un bel gelato da “Superfrutto”…

-No, meglio un frappè, c’è quella nuova gelateria in Corso Tardy e Benech che lo fa buonissimo!

-Io preferisco la farinata, perché non andiamo a mangiare la farinata?-

Finalmente, una di loro va sotto la doccia, si insapona a lungo, si sciacqua.

-Te la lascio aperta?- chiede poi a un’altra.

-Sì, adesso vengo, lasciala pure aperta…- e insiste a discorrere del più e del meno.

I minuti passano, l’acqua calda scorre inondando la stanza di vapore inutile…

 

 

 

 

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Circa 2,2 miliardi di abitanti del pianeta non dispongono di un accesso all’acqua potabile gestito in sicurezza, ben 4,2 miliardi non possiedono servizi igienici adeguati e complessivamente 3 miliardi non hanno gli strumenti basilari che occorrono per un semplice ma indispensabile comportamento igienico: lavarsi le mani.

 

Si stima che 1 abitante del pianeta su 10 – 785 milioni in tutto – non abbia ancora un accesso sicuro all’acqua, inclusi quei 144 milioni di persone che per bere attingono l’acqua da bacini non controllati.

Ogni anno, nel mondo, 297.000 bambini sotto i 5 anni muoiono a causa di diarrea legata a carenze idriche e igieniche.

 

Per dare acqua e strutture igieniche a chi ne è privo, occorrerebbero 9 miliardi di dollari. Solo negli Stati Uniti si spendono 8 miliardi di dollari all’anno per i cosmetici.

Inoltre: un pomodoro “costa” 13 litri d’acqua, un foglio di carta A4 (pensate a quando li appallottolate con poche righe scritte sopra, invece di riusarli!) 10 litri, una fetta di pane 40, un paio di scarpe di cuoio addirittura 8 mila. E quanto inquinamento provoca la produzione di quei beni?

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