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Checco Guidi si racconta: dalla vègia alla prima poesia alla mamma a oggi

“Capisco che i social media possano essere usati anche in modo intelligente per comunicare, ma è più forte di me: non riesco a usarli, se ho un’ora di tempo libero preferisco dedicarlo alla lettura o a fare una bella ciacareda”.

E’ con queste parole che comincia il mio incontro con Checco Guidi poeta dialettale sammarinese, autore di sette libri di poesie e due raccolte di modi di dire; un incontro davvero piacevole che mi ha fatto conoscere meglio uno scrittore che apprezzo oltre che per la sua simpatia e umanità, per la genuinità e il calore che sa trasmettere con i suoi versi, la prima poesia è dedicata alla mamma (la mà), tutti in vernacolo perché meglio sa rendere i suoi sentimenti, i moti del suo animo, regalando a noi lettori ricordi di un tempo lontano, ma anche riflessioni su quello presente, facendoci ridere e commuovere, stimolando sempre un’ emozione, l’ultima scritta e ancora inedita “E chèf” ironizza simpaticamente sul recente successo dei programmi televisivi legati all’arte culinaria e invita ad una riflessione: nelle cose più semplici è il Paradiso.

“La ciacareda-La vègia cumé una volta” è anche il titolo del laboratorio che Checco ci propone, una serie di incontri dialettali gratuiti per adulti e famiglie alla riscoperta delle tradizioni legate al nostro territorio, a partire dal 16 ottobre il primo e terzo mercoledì di ogni mese, dalle ore 20.45 presso i locali della Parrocchia Sant’Andrea in Piazzetta Babboni a Serravalle”.

“Ciò che desidero maggiormente-spiega Checco- è promuovere una chiacchierata un dialogo, coinvolgendo adulti, anziani e ragazzi, partendo da una parola dialettale che sia input per parlare di tradizioni, grazie alla disponibilità di Casa Fabrica ogni volta che tratto di un mestiere antico, mostrerò gli strumenti”.

La “vègia” è indissolubilmente legata ai ricordi di infanzia di Checco, anni trascorsi ai Casetti a Serravalle, dove i genitori gestivano una bottega, una piccola attività commerciale che gli consentiva di osservare la realtà da quello che era un punto di incontro e ritrovo, un punto di osservazione speciale “la mia vègia era intorno al camino d’inverno, sugli scalini delle abitazioni d’estate, qui si incontravano le donne con i ventagli, i ragazzini, gli uomini, si giocava, si parlava, ci si scambiavano consigli sulla campagna. Naturalmente ci si esprimeva in dialetto, ogni Castello ne ha uno diverso, l’italiano lo cominciavamo a parlare a scuola, guai se non lo facevamo, la maestra ci redarguiva subito: qui si parla in italiano”.

La rima è sicuramente il ponte comunicativo più felice di Checco ma il suo animo, sensibile e ironico al tempo stesso, ben si esprime anche con il disegno, nel 2019 ha allestito una mostra di ritratti, tutti realizzati da lui, sui personaggi più caratteristici del Castello di Serravalle legati a un recente passato, un ulteriore tributo alla memoria, un valore che non va perduto ma trasmesso ai ragazzi, Checco ha spesso lavorato a stretto contatto con gli alunni delle scuole, scrivendo anche una commedia dialettale da loro poi interpretata e lo farà anche nel futuro più imminente senza trascurare di dedicare tempo agli anziani del centro Diurno di Borgo maggiore.

La mia chiacchierata con Checco si conclude con una mia richiesta, desidero sapere quali sono i modi di dire che meglio lo rappresentano, ci pensa un po’, poi la riflessione trova spazio in un bel sorriso, non ha dubbi:

“Quel ch’l’ha te còr l’ha s la bàca”

“Quello che è sul cuore è sulla bocca “ e

“Una parola è uno scritto”

“Un dét l’era un scrét”, perle di saggezza popolare che ancora oggi dovrebbero fare parte della vita di tutti noi.

Chiara Macina

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