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Titanchomo: la sceneggiatuta tratta da una storia vera

Una foto storica per San Marino: Roberto Pazzaglia con la bandiera di San Marino sull’Everest nel 2009, compagno d’impresa il fratello Antonio, 14 ore di scalata le ultime 4 da solo. L’impresa ha ispirato il sammarinese Luca Giacobbi a scrivere una sceneggiatura “Titanchomo”. Zoomma.news ne propone un estratto, il più toccante

roberto pazzaglia sull'everest

A 56 anni dalla conquista dell’Everest, ad opera di Sir Edmund

Hillary e dello sherpa Tenzing Norgay, anche due sammarinesi, i

fratelli Antonio e Roberto Pazzaglia sono riusciti nell’impresa

portando la bandiera del più piccolo Stato del mondo in cima alla

vetta più alta alle ore 12 e 50 del pomeriggio di lunedì 18 maggio

Avevamo realizzato i nostri sogni di bambini,

forse Antonio no?

e forse Antonio ci avrebbe riprovato per una terza volta.

E Antonio piuttosto che fine aveva fatto?

Nel frattempo rimasto praticamente solo, e completamente cieco non sa più che direzione prendere, dalla montagna esce fuori un fascio di luce come quello della copertina dei pink Floyd the dark side of the moon solo che questa volte esce dalla montagna e non da un prisma, quel fascio di luce colorata gli consente dopo mezz’ora di completo isolamento di andare in una direzione precisa e poi senza nemmeno accorgersene si rende conto che quel fascio di luce non è altro che il suo amico alpinista spagnolo Victor che lo sta aiutando a scendere (si sente la musica tratta dal pezzo finale di The Dark Side ossia brain damage e l’ultimo pezzo Eclipse). Antonio mentre scende ripensa a quanto poco mancava alla vetta ma anche se erano solo 148 metri sapeva benissimo che, completamente ciechi in una natura così ostile, non si può proseguire perché fare anche solo 10 metri di dislivello voleva dire fare uno sforzo enorme a quell’altezza e sarebbe sicuramente finita in tragedia e in quale direzione poi?

Voce narrante di Antonio:

Roberto nel discendere nella direzione che i “suoi amici” gli indicavano si trovò a dover fare una scelta molto rischiosa ma che gli ha sicuramente permesso di salvare la sua vita. Non si è fermato ai campi intermedi e ha proseguito fino al campo 1, certo al campo 3 chiamò Antonio e gli altri ma non ricevette risposta. Le parole tratte dal diario di Roberto che aveva avuto cura di compilare quasi ogni giorno credo possano spiegare meglio di qualsiasi altro racconto cosa è stato lassù.

Direttamente dal diario di Roberto Pazzaglia:

Fortunatamente altre 3 persone sono in cima con me quindi riesco a farmi fare delle foto. Purtoppo non riesco neanche a realizzare di essere in cima al mondo, ho poco tempo e devo rientrare assolutamente, ho poco ossigeno e devo scendere il prima possibile, mi tengo il tempo per raccogliere la mia classica pietra della cima e incomincio a scendere. Sono ormai 14 ore che cammino a queste quote e me ne aspettano quasi altrettanto per scendere. Incomincio la discesa, veramente estenuante, incontro anche uno sherpa con il suo cliente che non si muove piu’, vorrei fermarmi ma lo sherpa mi fa segno di no… speriamo bene io non posso farci niente ormai.

roberto pazzaglia sull'Everest

antonio e roberto pazzaglia

Verso le 20 sono al campo 3 (q 8300 m), ci impiego veramente tanto, anche perchè vedo solo da un occhio (l’altro mi si è congelato e vedo solo una luce diffusa). e devo continuamente cavarmi le moffole per scendere lungo le corde e fare il passaggio dei moschettoni e avendo perso i sottoguanti ci impiego sempre 2 mn per riscaldarmi le mani.

Quando arrivo al campo 3 provo a chiamare mio fratello e non sento risposte, scoprirò successivamente che in realtà era in tenda con i 2 spagnoli e Cristina e che avrebbero passato la notte li. Decido che è meglio scendere, dormire a quota 8300 mt non è salutare e in ogni caso nella tendina che avevamo mi sarei solo congelato, non avevamo ne sacco a pelo ne altro e sentivo molto freddo ai piedi.

Dal campo 3 al campo 1 ci impiego altre 3 ore e non finiscono mai, adesso è buio ed è veramente dura e ormai sono quasi 24 ore che cammino di fila.

Arrivo al campo 2 ma non intravedo la nostra tenda, forse sono sceso troppo, provo a cercare da bere, sono 10 ore che non bevo, e urlo verso le tende per chiedere da bere e fortunatamente mi danno una tazza di neve sciolta. Riprovo a chiamare mio fratello, magari è al campo 2, ma nessuna risposta allora decido di elemosinare da dormire in una tenda e fortunatamente 2 francesi ( uno di Nizza e l’altro di Chamonix) mi danno ospitalità e da bere nella loro tenda. Mi cavo gli scarponi e come temevo ho delle dita dei piedi congelate, ma non troppo. Dormo alla meno peggio , non ho il sacco a pelo e mi separa solo il telo della tenda dalla neve e ogni tanto mi devo svegliare per scaldarmi i piedi.

Luca Giacobbi

 

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